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LO SPECCHIO DELL'ANIMA

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Bjorn Borg

LO  SPECCHIO DELL’ANIMA

Io amo il tennis, lo adoro profondamente e con tutto il mio cuore, ma non è sempre stato così, anzi. Quando ero un bambino lo detestavo perché ero costretto a giocare … ero il figlio del maestro … e dovevo anche giocare bene, capirai … noblesse oblige. I miei primi ricordi tennistici risalgono a quando avevo cinque o sei anni e guardavo mio padre fare lezione. In quel periodo sparavo palline da solo contro la recinzione del campo  con la mia fida racchettina rigorosamente in legno e mi ricordo che pensavo tra me e me: “ adesso che entro in campo li batterò tutti “. Naturalmente le cose non andarono proprio così e mi resi subito conto che, come dico ora ai miei poveri allievi, la pallina è pazza e bisogna allenarsi tanto per riuscire a controllare i suoi repentini sbalzi d’umore Ma proprio la  difficoltà e la complessità di questo sport, celata dietro una solo apparente semplicità, mi ha affascinato e conquistato lentamente e sempre più inesorabilmente. Da bambino ero molto timido e insicuro e la pratica agonistica del tennis mi ha letteralmente costretto a vincere le mie paure, ad affrontare i miei dubbi e a prendere in mano con decisione la mia vita sportiva e non. Per migliorare  il mio gioco ho dovuto realmente scavare dentro di me per conoscermi nel profondo nei miei pregi e nei miei difetti psicologici, tecnici ed atletici. Da bambino, ad esempio, ero molto distratto e ricordo che mia madre mi avrà detto almeno un centinaio di volte di comprare il latte ritornando dagli allenamenti, visto che passavo davanti al negozio, ma io me ne dimenticavo puntualmente. Il tennis mi ha fatto comprendere l’importanza di coltivare l’attenzione come se fosse il bene più prezioso e mi ha fatto capire la necessità di stare nell’attimo senza correre con il pensiero né avanti né indietro. Solo così possiamo riuscire ad esprimere il nostro miglior rendimento agonistico. La maggior parte dei tennisti che ho visto giocare nella mia vita fuggono continuamente con la mente nel tempo senza riuscire mai veramente a focalizzare la propria attenzione su ogni singolo gesto tecnico dell’incontro. La partita si vince semplicemente concentrandosi su ogni  punto e riuscendo a cancellare dalla nostra mente, sia nel bene che nel male, quello precedente. In questo il più grande  maestro che ho avuto la fortuna di ammirare dal vivo nella mia vita è stato Bjorn Borg. Mi ricordo  che tutte le volte che sbagliava, peraltro raramente, cambiava immediatamente lato del campo cancellando all’istante dalla sua mente l’errore e allontanando così immediatamente da se  ogni possibile forma di negatività prima che potesse ritorcersi contro di lui. Eppure pochi sanno che il grande Bjorn da ragazzino non era assolutamente così, anzi era veramente una peste. Nel suo club in Svezia ogni volta che sbagliava si lasciava andare a continui improperi e lanci di racchetta, tanto che un giorno la dirigenza del circolo, in questo in assoluta sintonia con i suoi genitori, lo espulse  per sei mesi. Dopo tre mesi in cui non aveva potuto toccare la racchetta Bjorn tornò in ginocchio a chiedere di essere perdonato, ma tutti furono irremovibili e lo costrinsero a scontare interamente la sua punizione . Inutile dire che quando potè tornare a giocare Borg non fece più un fiato … Molto probabilmente, se lo avessero perdonato subito, i cinque titoli a Wimbledon e i sei titoli al Roland Garros sarebbero stati vinti da qualcun altro. Devo ammettere che anch’ io da ragazzo avrei tanto voluto, centinaia di volte, lasciarmi andare e spaccare la racchetta in mille pezzi, ma non l’ho mai fatto e non perché avessi un autocontrollo da monaco buddista, ma più semplicemente perché mio padre ne avrebbe raccolto tutti i pezzi e me li avrebbe infilati in ogni tipo di orifizio che gli sarebbe potuto venire in mente in quel momento... E così anch’ io sono stato costretto a controllare le mie emozioni e il mio carattere per trovare uno sbocco positivo e produttivo alla mia grande energia mentale. Grazie papà Mario, che ora mi guardi dall’altra dimensione, quando ero un ragazzino avrei voluto che tu potessi essere come tanti altri genitori morbido, permissivo e tollerante, ma ora che sono un uomo maturo devo solo ringraziarti per avermi fatto diventare dritto e veloce come una freccia. Adoro guardare la reazione delle persone chiuse nel rettangolo di gioco, alle prese con la scoperta e il controllo di sé stessi. Nella nostra magica arena, sotto stress,  cadono tutte le maschere e le persone si rivelano per quello che sono. Quante amicizie pluriennali ho visto finire per una partita di tennis … E’ come se durante l’incontro un enorme scanner passasse sulle teste dei giocatori effettuando una minuziosa radiografia cerebrale. Ed ecco che vengono immediatamente individuati e separati i pigri dai volenterosi, gli attenti dai distratti, i corretti dai disonesti, gli intelligenti dagli stupidi, i pazienti dai frettolosi, gli umili dai presuntuosi, i decisi dagli insicuri e così via come in un dantesco girone sportivo infernale. Un antico proverbio greco recita che si capisce più di una persona lottandoci per un’ora che parlandoci per un anno e credo che questa massima si adatti alla perfezione al gioco del tennis, dove non c’è un vero e proprio contatto fisico con l’avversario ( se non il peso della sua palla sulle nostre corde), ma c’è un enorme contatto mentale che il tennista deve assolutamente imparare a gestire. Io amo il tennis, lo adoro con tutto me stesso, lo considero il più grande e silenzioso psicoterapeuta  che una persona può avere la fortuna d’incontrare, anche se moltissimi tennisti che ho conosciuto non lo hanno mai neanche lontanamente capito o ancor peggio hanno voluto far finta di non capirlo per non ritrovarsi soli e nudi di fronte a se stessi. Ma io che cerco sempre la verità in tutte le cose e che non ho paura di soffrire un pò pur di conoscermi e di migliorarmi, lo trovo uno sport incredibilmente educativo e formativo. Tennis ti adoro e ti ringrazio per tutto quello che hai fatto per me, sei il mio indispensabile specchio dell’anima.

Dedicato a mio padre Mario, per oltre trent’anni insegnante del nostro meraviglioso sport, per avermi insegnato, anche a volte contro la mia volontà, cosa sia la disciplina, la serietà, la correttezza, il rispetto e il sacrificio con cui meritarsi le cose e a mia madre Virginia, che anche lei mi protegge dall’altra dimensione, per tanti anni stimatissima professoressa di italiano, per avermi insegnato con l’esempio quotidiano, oltre che a leggere e scrivere decentemente, cosa sia veramente l’amore, la bontà e la tolleranza. Grazie con tutto il mio cuore e anche se non vi posso più vedere, sento che continuate a vivere dentro di me e spero che un giorno, quando anch’io sarò passato, continuerete a vivere nelle persone che mi hanno conosciuto.

Andrea  Guarracino Tecnico Nazionale F.I.T.

Questo articolo è pubblicato nel numero 10 della rivista on line Tennis World Magazine

( anche nella versione in inglese su www.tennisworldusa.org )

Ultimo aggiornamento Mercoledì 12 Marzo 2014 09:27
 

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